Messaggio per la VII Giornata Mondiale della Commedia dell’Arte


Roberto Tessari

Donne e uomini della Commedia dell’Arte non si sono limitati a scrivere una pagina fondamentale della storia del teatro. Hanno mostrato come sia possibile, anche in epoca moderna, trasformare la propria corporeità vivente (forma presenziale, pensiero, memoria, gesto, voce, ecc.) in medium perfetto per evocare e per animare – entro il cerchio magico della scena – un immaginario organicamente strutturato: le avventure iniziatiche d’una nuova specie biologica di figure surreali, inserite con passione e sapienza in un gioco tanto co-involgente e convincente da farle sembrare reali.
Si è trattato di un gioco non troppo dissimile da quelli che – in ben altre condizioni, e con diversi intenti – erano stati specialità di sciamane e sciamani. Oppure avevano costituito il motore segreto e il copione-base dei più efficaci riti religiosi che dovevano infondere sensi di sacralità alle svolte capitali dell’esistere singolo e collettivo. Tanto nel primo quanto nel secondo caso, l’esigenza primaria cui dovevano rispondere l’impersonificazione dell’altro da sé, il mascheramento, la studiata messinscena all’improvviso d’un evento di alta tensione drammatica era quella di tradurre in termini di corporeità vivente, percepibile dai sensi, azioni e parole invisibili e inudibili d’un mondo sovrumano abitato da simboli che illuminavano, e vibrante di significati puri.
Non a caso, il motore originario e segreto della macchina fantastica progettata, assemblata e posta in opera dai comici dell’Arte attorno al 1545 è costituito da un sistema di figure immaginarie (maschere, e ‘tipi fissi’), dove spesso e volentieri il troppo umano della convenzionale vita di relazione trascolora e si confonde nell’infra-umano e nel sovra-umano di icone teriomorfe e demoniche accortamente desunte da tradizioni religiose scadute a leggende etnologiche, da scenari rituali deformatisi in credenze popolari e in cerimonie apotropaiche. Arlecchino è servo, ma è anche signore ‘diabolico’ del mondo infero. Pulcinella è villano inurbato, ma è anche inquietante spirito revenant dal regno della morte. Pantalone è cifra emblematica del ricco mercante veneziano, e tuttavia sprigiona a tratti equivoci lampi energetici che appartengono al Senex archetipico, oppure al priapismo dei sileni…
Fondatori e protagonisti della Commedia dell’Arte agiscono così non certo per rendere omaggio o a un perduto sciamanesimo o all’intera storia delle religioni. Lo fanno perché – proprio come sciamani, e istitutori di riti – hanno osato scegliere di essere non già casuali comparse della storia, ma attori-autori del divenire umano. E attori-autori, prima che nell’accezione tecnica dei termini, nel più profondo senso antropologico-esistenziale di questi due vocaboli: uomini e donne che sanno aumentare (augere: auctor) le dimensioni dell’esistente, e che sanno agire (agere: actor) per dare consistenza e comunicabilità alle forme attraverso le quali si aumentano le dimensioni dell’esistente.
Secondo il gesuita Paolo Segneri, attrici e attori professionisti del teatro di maschere andavano considerati senza riserve alla stregua di streghe e di maghi. L’incantesimo di cui essi sarebbero stati detentori e maestri era quello di trasferire il loro pubblico entro un mondo di sogno: un mondo tanto verosimile e tanto affascinante da non impadronirsi degli spettatori solo durante la durata effimera d’uno spettacolo, ma da imprigionarli ancora per molto tempo dopo: inducendoli a rievocare nella fantasia immagini e scene che avevano contemplato, magari per prolungarne e variarne intrecci e sviluppi in una sorta di mirabolante ‘teatro portatile’ interiore.
Com’è ovvio, l’opinione di cui si fa portavoce il teologo controriformista è funzionale a un’accusa e ad una condanna insieme tendenziose e perniciose. Ma coglie nel segno, allorché denuncia come caratteristica precipua e fine ultimo dei comici un’arte della magia in grado di tradurre in termini di evidenza spettacolare un ben strutturato insieme di parvenze immaginarie: tanto da esercitare sugli spettatori la stessa formidabile impressione che i sogni esercitano sul sognatore, e da affascinarli a lungo con l’identico piacere e gli identici enigmi che costringono il sognatore a rivisitare i propri sogni.
Oggi non è più tempo per formulare anatemi contro quegli attori-autori. Come non è tempo per osannarli inutilmente. Sarebbe forse il tempo giusto per cercare di comprenderli davvero. Cioè per intraprendere un itinerario di autentica conoscenza dei loro segreti ultimi. Il segreto, innanzitutto, di saper ‘perdere tempo’ nell’individuare e nell’imparare pazientemente il vero linguaggio vissuto e parlato (oltre la lingua comune di cui usiamo e abusiamo senza accorgercene) da coloro in mezzo ai quali viviamo. Magari per scoprire che questo linguaggio non è fatto solo di vocaboli funzionali all’uso pratico, ma di immagini fantastiche prive di riscontro nella realtà sensibile, eppure cariche di energia e di senso, nonché iper-attive nella vita interiore di ogni soggetto.
Poi il segreto della difficile scelta di saper vivere come sacro l’atto per cui si sceglie di offrire in sacrificio il proprio io e il proprio corpo a una di quelle immagini fantastiche: per concederle di manifestarsi, di parlare e di esibire sensibilmente la sua storia alla presenza degli spettatori. Infine il segreto dell’apprendimento e dell’esercizio più rigoroso degli studi e delle tecniche che, aiutando ad evitare le secche in cui si perde la figura dell’attore-interprete, permettono di conquistare la dimensione dell’attore-autore: quelli di un meditato ma insieme inesorabile porre in eclisse l’identità egoica, quelli della viva frequentazione quotidiana dell’altro-da-sé immaginario, quelli di una perduta arte della memoria finalizzata alla creazione scenica (unica realtà autentica dietro il fantasma dell’improvvisazione). Senza dimenticare che donne e uomini della Commedia dell’Arte furono capaci di tanto anche perché ebbero il coraggio di fondare la loro impresa sulla base più elementare: un nitido progetto economico studiato per offrire - a chi ne sentiva il desiderio - divertenti creature di sogno, in cambio di un prezzo onesto. Tutte cose di cui, oggi, forse non si è ancora spento il rimpianto.

Roberto Tessari

La commedia dell’arte è uno dei grandi tesori della nostra cultura.
Le sue radici, che affondano nel ‘500, per due secoli hanno generano uno sviluppo straordinario di testi, personaggi e compagnie portando un contributo di straordinaria importanza alla storia del teatro.
Di questa storia Padova è stata ed è parte attiva.
Saluto quindi con piacere questa nuova edizione della Giornata Mondiale della Commedia dell’Arte che vede la città di Padova epicentro mondiale per il secondo anno e auguro il migliore successo all’iniziativa.

Matteo Cavatton
Assessore alla Cultura del Comune di Padova

La Giornata Mondiale della Commedia dell’Arte nasce con l’obiettivo di promuovere la conoscenza di questa forma teatrale, nata in Italia nel ’500 e ancor oggi praticata, sia pure con modifiche e revisioni, in tutta Europa, e di dimostrare l’esistenza di una comunità internazionale che in questa tradizione si riconosce.
In questo senso l’Accademia del teatro in lingua veneta intende promuovere il progetto di un centro permanente a Padova da dedicare alla Commedia dell’Arte che dia voce agli operatori del settore ai fini di tutelare questa forma teatrale.
Un luogo dove fare rassegne con compagnie professionali italiane ed estere, masterclass, laboratori di creazione di maschere, incontri con esperti, mostre e raccolta di documenti storici di Commedia dell’Arte. Padova risulta anche quest’anno epicentro mondiale della VII edizione della manifestazione e la cosa ci riempie di orgoglio.

Grazie a tutti e buon divertimento!

Luisa Baldi
Direttore Artistico
Ada Marcantonio
Presidente



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